BATTAGLIA DI HATTIN

 
                                                                                 
 

PERSONAGGI

Guido di Lusignano, Re di Gerusalemme

Guido di Lusignano, membro cadetto di una illustre casata del Poitou, giunse in Palestina su invito del fratello maggiore Amalrico di Lusignano. Amalrico aveva la carica di conestabile, aveva sposato la figlia di Baldovino di Ramla ed era l'amante di Agnese di Courtenay, madre di Sibilla, la sorella di Baldovino IV, re di Gerusalemme.

Amalrico convinse Sibilla, che nel 1177 era rimasta vedova di Guglielmo "dalla lunga spada", a sposare Guido di Lusignano.

Nel 1183 Guido di Lusignano venne nominato reggente da Baldovino IV, ma ben presto Baldovino IV si accorse della incapacità del cognato e gli tolse la carica.

Nel 1186, alla morte di Baldovino IV, Sibilla, con l'appoggio di Eraclio, patriarca di Gerusalemme dal 1180, di Gerard de Ridefort, Gran Maestro dell'ordine dei Cavalieri Templari, e di Rinaldo di Chatillon fece un colpo di stato e, contro il parere dei baroni e contro la volontà del defunto re, impose Guido di Lusignano come re di Gerusalemme.

Rinaldo di Chatillon

Rinaldo di Chatillon era il più giovane dei figli di Goffredo, conte di Gien, signore di Chatillon-sur-Loing. Arrivò in Terra Santa al seguito di Luigi VII nella crociata del 1147. Nel 1153 sposò Costanza, figlia di Boemondo II, principe di Antiochia.

Nel 1160 venne catturato da Majd al-Din, governatore di Aleppo. Rimase prigioniero per 15 anni. Nel 1175 fu rilasciato dal visir Gusmushtekin, nemico di Saladino.

Dopo la liberazione Rinaldo di Chatillon sposò Stefania di Milly, vedova di Miles de Plancy ed erede della Cisgiordania. Stefania di Milly attribuiva la morte di Miles de Plancy al conte Raimondo III di Tripoli.

Rinaldo di Chatillon entrò in possesso di due fortezze chiave: Krak e Montreal (as-Shaubak), entrambe difese dai Cavalieri Templari. Dai due castelli era possibile controllare il traffico carovaniero tra Siria ed Egitto, i due territori governati da Saladino.

Rinaldo di Chatillon, nel 1182-83 riconquistò Elin (attuale Eilath), che era stata occupata da Saladino nel 1171, ed effettuò delle spedizioni militari nel Mar Rosso arrivando a circa 100 chilometri da Medina.

Nel 1187, durante un periodo di tregua con i musulmani, Rinaldo di Chatillon si impadronì di una carovana di Saladino. Questo evento fu il "casus belli" che consentì al sultano di rompere la tregua stipulata nel 1186 con Guido di Lusignano.

Raimondo III, conte di Tripoli

Raimondo III, nato nel 1140, divenne conte di Tripoli nel 1152, a 12 anni, quando il padre venne ucciso dalla setta musulmana degli Assassini.

Fu catturato dai musulmani nel 1164 e rilasciato nel 1173. Il suo riscatto venne in parte pagato dai Cavalieri Ospitalieri.

Appena liberato si sposò con Eschiva di Bures, vedova di Walter di Tiberiade. In tal modo venne a controllare sia Tripoli che la Galilea.

Dal 1174 al 1176 fu reggente di Baldovino IV, che era minorenne.

Dal 1183 fu reggente del minorenne Baldovino V.

Nel 1186, alla morte prematura di Baldovino V, fu in concorrenza con Guido di Lusignano per il trono.

Nel 1187 si riappacificò con il nuovo re.

Eraclio, patriarca di Gerusalemme

Eraclio era nato in Alvernia. Intorno al 1128 giunse in Terra Santa. Nel 1175 divenne arcivescovo di Cesarea. Nel 1180, con l'appoggio di Agnese di Courtenay, divenne patriarca di Gerusalemme.

Gerard de Ridefort, Gran Maestro dell'Ordine dei Cavalieri Templari

Gerard de Ridefort, originario delle Fiandre, era giunto in Terra Santa durante la Seconda Crociata. Nel 1173 fu al servizio di Raimondo, conte di Tripoli, che gli aveva promessa sposa Cecilia, una ricca ereditiera. Quando Raimondo di Tripoli cedette Cecilia a un ricco mercante pisano, Plevano, in cambio di 10.000 bisanti d'oro, Gerard de Ridefort si infuriò, divenne acerrimo nemico del conte di Tripoli e si schierò al fianco di Agnese di Courtenay, madre di Sibilla e di Baldovino IV. Poi Gerard de Ridefort entrò nell'Ordine dei Cavalieri Templari e nel 1185 divenne Gran Maestro dell'Ordine.

Saladino (in arabo Salah al-Din Yusuf ibn Ayyub, detto anche al-Malik an-Nasir Salah al-Din Yusuf I)

Saladino, di origine curda, era nato intorno al 1138 a Baalbek in Siria, città di cui il padre, Ayyub, era comandante militare. A otto anni seguì il padre a Damasco, alla corte di Nur al-Din.

Tra il 1164 e il 1168 accompagnò lo zio, Shirkuh, un alto ufficiale di Nur al-Din, nelle campagne contro i Fatimidi dell'Egitto. Shirkuh divenne visir del califfo dell'Egitto, al-Adid, pur mantenendo il ruolo di comandante dell'esercito siriano di occupazione. Alla morte di Shirkuh, avvenuta nel 1169, Saladino ne ereditò la carica.

Nel 1171 il califfo morì e Saladino si proclamò sultano dell'Egitto, dando inizio alla dinastia degli Ayyubidi.

Il 15 maggio 1174 Nur al-Din morì. Nell'ottobre del 1174 Saladino iniziò l'invasione della Siria. Nel 1183 Aleppo e nel 1185 Mosul si arrendevano definitivamente a Saladino, che finalmente poteva volgersi contro i cristiani.

La Terra Santa era circondata da un unico stato musulmano sotto il controllo di Saladino.

Nel 1187 Saladino, partendo dalla Siria, iniziò l'invasione del regno di Gerusalemme.

Battaglia di Hattin (Campo di battaglia)

Battaglia di Hattin                                   Battaglia di Hattin

LA BATTAGLIA

L'armata musulmana

Il 13 marzo 1187 Saladino lasciò Damasco e si accampò a Ra's al-Ma', centro di raccolta del suo esercito. Le truppe arrivarono da tutti i suoi territori. Erano presenti arabi, curdi, turchi, siriani, turcomanni, beduini, egiziani, ecc.

In totale Saladino riuscì a mettere insieme 14.000 cavalieri ben addestrati e un grande numero di ausiliari.

Giunsero anche molti gruppi irregolari di volontari musulmani desiderosi di annientare i cristiani.

Saladino riunì il suo esercito nel giugno del 1187 a Tal 'Ashtrab. Si stima che il suo esercito fosse composto da almeno 30.000 soldati. Le stime più alte arrivano a 60.000.

Armi dell'esercito Arabo nell'XI e XII secolo

L'armata cristiana

L'esercito cristiano si riunì a Sephorie (Saffuriya). Il luogo era molto ben protetto ed era stato già utilizzato in passato per fronteggiare gli attacchi provenienti dalla Siria.

Dalla contea di Jaffa e Ascalona arrivarono 100 cavalieri di cui 25 da Jaffa, 25 da Ascalona, 40 da Ramla e Mirabel, 10 da Ibelin.

Dal principato di Galilea, retto da Raimondo III di Tripoli, arrivarono 100 cavalieri, di cui 60 dai territori ad oriente del Giordano e 40 da quelli ad occidente.

Rinaldo di Sidon inviò 100 cavalieri. La baronia includeva anche Beaufort, Cesarea e Baisan.

Rinaldo di Chatillon, signore di Krak, inviò 60 cavalieri, di cui 40 dalla Cisgiordania e 20 da Hebron.

Il siniscalco Joscelyn di Courteney 24 cavalieri.

Il vescovo di Lidda 10 cavalieri.

L'arcivescovo di Nazareth 6 cavalieri.

Gerusalemme inviò 41 cavalieri, Nablus 85, Acri 80 e Tiro 28.

A queste cifre si devono sommare i contributi dell'Ordine dei Cavalieri Templari e dell'Ordine dei Cavalieri Ospitalieri.

In totale si radunarono circa 1.200 cavalieri armati all'europea. A questi si affiancarono circa 4.000 turcopoli, montati su ponies allevati dalle tribù turcomanne e privi di armatura pesante. I turcopoli erano normalmente adibiti a funzioni di supporto della cavalleria degli ordini militari.

A protezione dei cavalieri vennero assunti dei balestrieri, che furono pagati con il denaro inviato da Enrico II, re d'Inghilterra, in espiazione dell'assassinio di Thomas Becket. Anche altre truppe mercenarie furono assoldate con i denari di re Enrico II.

Da Tiro, Sidon, Acri e Beirut arrivarono i marinai italiani.

Pellegrini, provenienti da tutta l'Europa, sebbene privi di armi, vollero unirsi all'armata di re Guido di Lusignano.

In totale l'esercito cristiano ammontava a circa 15.000-18.000 uomini.

L'assedio di Tiberiade

Il 26 giugno l'esercito musulmano si mise in marcia verso Khisfin nelle colline del Golan. Il giorno seguente venne superato il Giordano.

Saladino stabilì il suo campo base a Cafarsset (Kafr Sabt), a metà strada tra Saffuriya e Tiberiade.

Il 2 luglio Saladino iniziò l'assedio di Tiberiade, la sede del Principato di Galilea. Tiberiade (in arabo Tabariya), il cui nome ricorda l'imperatore Tiberio, venne fondata intorno al 20 d.C. da Erode Antipa. Nell'XI secolo era entrata a far parte del Regno di Gerusalemme come capitale del Principato di Galilea.

A difendere Tiberiade era rimasta Eschiva di Bures, la moglie di Raimondo III, conte di Tripoli.

Intorno a Tiberiade si schierarono le truppe scelte della guardia, "le ardenti fiaccole dell'Islam", uomini animati da un odio fanatico per i cristiani.

Il resto dell'esercito sotto il comando di Taqi al-Din, nipote di Saladino, e di Keukburi, rimase al campo base.

Preparativi prima della battaglia

La sera del 2 luglio Guido di Lusignano radunò il consiglio di guerra a Saffuriya. Prevalse l'opinione di Raimondo, conte di Tripoli: non si doveva abbandonare la posizione sicura di Saffuriya per andare in soccorso di Tiberiade mettendo a repentaglio l'intero esercito. L'attacco a Tiberiade era un trucco di Saladino per far uscire in campo aperto l'armata cristiana.

Ma nella notte il Gran Maestro dei Templari, Gerard de Ridefort, fece cambiare idea a Guido di Lusignano.

In marcia verso Tiberiade

Il giorno 3 luglio l'esercito cristiano si mise in marcia. All'avanguardia era Raimondo di Tripoli, in quanto il diritto feudale prevedeva che il feudatario attaccato avesse l'onore di essere in testa all'esercito. Al centro era Guido di Lusignano con i vescovi di Lidda e Acri che portavano la santa reliquia della Croce, ripresa dall'imperatore Eraclio ai Persiani dopo la battaglia di Ninive nel 627. Baliano di Ibelin guidava la retroguardia con i Cavalieri Templari e i Cavalieri Ospitalieri.

Guido di Lusignano con i vescovi di Lidda e Acri portano la Vera Croce (Illustrazione di Gustave Dore)

Guido di Lusignano, per evitare di scontrarsi immediatamente con Saladino che controllava la strada più corta per Tiberiade, scelse di seguire la strada che da Saffuriya andava fino al villaggio di Mash-had e poi incrociava la strada principale che da Acri portava a Tiberiade. Si prevedeva di percorrere il tragitto nell'arco di una giornata. Pertanto non si provvide a portare carri cisterna per l'acqua.

Alla notizia che l'armata cristiana si era messa in movimento Saladino lasciò un piccolo contingente a Tiberiade, ritornò al campo base e inviò delle truppe di cavalleria per disturbare la marcia dei cristiani. Obiettivo principale era l'uccisione dei cavalli. La cavalleria musulmana lanciava le frecce e si ritirava senza accettare lo scontro.

Alle dieci del mattino i cristiani, dopo 5-6 ore di marcia, raggiunsero Monte Turan, dove, non lontano dalla strada, si trovava una ricca sorgente d'acqua. Re Guido di Lusingano rifiutò di fermarsi.

In marcia verso Hattin

A mezzogiorno l'esercito aveva percorso 18 chilometri. L'acqua era finita. La zona era desertica. La calura estiva tormentava i fanti, racchiusi nei giubbotti di protezione contro le frecce, e arroventava le corazze dei cavalieri. Tutti erano stanchi per le molte ore di cammino in un territorio impervio.

Saladino attaccò la retroguardia che, per difendersi, si dovette fermare. Il grosso dell'esercito musulmano era attestato nelle vicinanze, a Kafr Sabt.

Il conte Raimondo di Tripoli, che ben sapeva il disastro a cui si sarebbe andati incontro in una battaglia in quelle condizioni, fece compiere all'esercito una deviazione verso nord per raggiungere le sorgenti di Kafr Hattin, a circa 3-4 ore di marcia, dove avrebbero potuto pernottare, riposarsi e giungere preparati allo scontro il giorno seguente.

Saladino comprese la manovra di Raimondo III di Tripoli. Ordinò a Taqi al-Din e a Keukburi di schierarsi tra Hattin e l'esercito cristiano.

Raimondo III di Tripoli era pronto ad attaccare l'ala destra musulmana, guidata da Taqi al-Din, per aprirsi la strada verso Hattin, quando giunse l'ordine di re Guido di Lusignano di fermarsi perché la retroguardia non era in grado di avanzare. I Cavalieri Templari e i Cavalieri Ospitalieri, che erano nella retroguardia, non erano riusciti a contrattaccare efficacemente ed avevano bisogno di tempo per riorganizzarsi.

Guido di Lusignano diede ordine di stabilire il campo dove si trovavano. Raimondo III di Tripoli si recò dal re per protestare ed esclamò: "Ahimé! Ahimé! Mio Dio, la guerra è finita. Siamo consegnati alla morte e lo stato è perduto".

La notte di Hattin

L'esercito cristiano si apprestò a passare la notte senza acqua.

Saladino ordinò ai suoi di gettare ostentatamente l'acqua nella sabbia.

Per tutta la notte grida, canti e tamburi impedirono ai cristiani di riposare.

Saladino intanto completava lo spostamento delle sue truppe. 400 casse di frecce furono distribuite tra i diversi reparti dell'esercito. 70 dromedari carichi di frecce furono predisposti in punti strategici.

Lo scontro finale

Il 4 luglio, all'alba, l'esercito cristiano si rimise in marcia. Saladino aspettò che il sole e la sete facessero la loro opera sui soldati di re Guido di Lusignano.

Scrisse Abu Shama:

"Sirio gettava i suoi raggi su quegli uomini vestiti di ferro e la rabbia non abbandonava i loro cuori. Il cielo ardente accresceva la loro furia; i cavalieri caricavano, ad ondate successive nel tremolio dei miraggi, fra i tormenti della sete, in quel vento infuocato e con l'angoscia nel cuore. Quei cani gemevano sotto i colpi, con la lingua penzoloni dall'arsura. Speravano di raggiungere l'acqua, ma avevano di fronte le fiamme dell'inferno e furono sopraffatti dall'intollerabile calura".

Saladino attaccò la retroguardia. I Cavalieri Templari e i Cavalieri Ospitalieri contrattaccarono più volte. Intanto Raimondo III di Tripoli continuava ad avanzare verso le gole di Hattin.

Improvvisamente il morale della fanteria crollò, venne scompaginato l'ordine di battaglia e i soldati si dispersero sulla collina. Re Guido di Lusingano piantò la sua tenda rossa come punto di riferimento. I cavalieri accorsero prontamente, ma pochi fanti tornarono indietro.

Allora i musulmani diedero fuoco alle sterpaglie. Il vento portò il fumo verso l'esercito cristiano già tormentato dalla sete. Non fu più possibile vedere il nemico. Le frecce colpivano ovunque.

Raimondo III di Tripoli ordinò la carica ai suoi cavalieri. Taqi al-Din, che ben conosceva il valore e la forza dei crociati, dubitando di poter resistere, aprì le fila e lasciò passare i soldati di Raimondo di Tripoli, poi richiuse i varchi. Raimondo III di Tripoli si trovò isolato fuori del campo di battaglia. Non gli rimase che allontanarsi con i superstiti.

La Santa Croce

Intorno alla reliquia della Santa Croce la battaglia si fece più aspra. Il vescovo di Acri rimase ucciso. La reliquia passò al vescovo di Lidda.

A questo punto Taqi al-Din ordinò di sospendere l'attacco con le frecce e di passare alle spade e alle lance.

I cavalieri musulmani si lanciarono contro i pochi sopravvissuti che resistevano intorno al vescovo di Lidda. Taqi al-Din si impadronì personalmente della reliquia della Santa Croce.

La tenda rossa

Saladino intanto fissava la tenda rossa di Guido di Lusignano. Il figlio diciassettenne di Saladino, al-Malik al-Afdal, ci ha lasciato il racconto di quegli ultimi istanti di tensione:

"Quando il re dei Franchi si ridusse sul colle, con quella schiera fecero una carica tremenda sui musulmani che avevano di fronte, ributtandoli addosso a mio padre. Io lo vidi costernato e stravolto, afferrandosi alla barba, avanzare gridando 'Via la menzogna del demonio!', e i musulmani tornare al contrattacco ricacciando i Franchi sul colle. Al vedere indietreggiare i Franchi, e i musulmani incalzarli, io gridai dalla gioia: 'Li abbiamo vinti!'; ma quelli tornarono con una seconda carica pari alla prima, che ricacciò ancora i nostri fino a mio padre. Egli ripeté il suo atto di prima, e i musulmani, contrattaccatili, li riaddossarono alla collina. Tornai ancora a gridare 'Li abbiamo vinti!', ma mio padre si volse a me e disse:'Taci non li avremo vinti finché non cadrà quella tenda!', e mentre egli così parlava la tenda cadde, e il sultano smontò da cavallo e si prosternò in ringraziamento a Dio, piangendo di gioia". 

Dopo la battaglia

Centinaia di cavalieri e migliaia di fanti furono catturati. Il mercato degli schiavi ebbe un crollo. Si scambiava un uomo per un paio di sandali.

I personaggi più illustri vennero trattati bene da Saladino che intendeva ottenere dei pesanti riscatti.

Guido di Lusignano per la sua libertà dovette garantire la consegna di Ascalona (odierna Ashqelon). Tuttavia la città non si arrese. Quando Guido di Lusingano ordinò la resa venne insultato dai difensori. L'assedio durò dal 23 agosto al 5 settembre. Saladino onorò coloro che avevano combattuto valorosamente e concesse loro di rimpatriare in Europa.

Il Gran Maestro dei Templari, Gerard de Ridefort, che aveva malconsigliato il re, ebbe la libertà in cambio della consegna di Gaza (in arabo Ghazzah, in ebraico Azza). I Cavalieri Templari obbedirono al loro Gran Maestro.

Rinaldo di Chatillon venne invece ucciso personalmente da Saladino, che poi intinse le mani nel suo sangue.

Raimondo III di Tripoli morì pochi mesi dopo per il grande dolore sofferto a causa della sconfitta di Hattin.

Baliano di Ibelin, che era sfuggito alla cattura in battaglia, organizzò la difesa di Gerusalemme e ne trattò la resa con Saladino.

Minore fortuna ebbero i cavalieri degli Ordini religiosi. Saladino li condannò a morte e per l'esecuzione li consegnò a quei gruppi di fanatici irregolari che accompagnavano il suo esercito. La strage dei cavalieri avvenne al cospetto di Saladino, che sorrideva davanti al massacro.

Lo storico arabo Imad al-Din, che era presente all'episodio racconta:

"Saladino promise cinquanta denari a chiunque portasse un templare o un ospitaliero prigioniero. Subito i soldati ne portarono centinaia, ed egli li fece decapitare perché preferì ucciderli piuttosto che ridurli in schiavitù. Era circondato da un gruppo di dottori della legge e di mistici, e da un certo numero di persone consacrate alla castità e all'ascetismo. Ognuno di essi chiese il favore di uccidere un prigioniero, sguainò la spada e scoprì l'avambraccio. Il sultano stava seduto con la faccia sorridente, mentre quelle dei miscredenti erano accigliate. Le truppe erano schierate, con gli emiri su due file. Fra i religiosi, alcuni diedero un taglio netto ed ebbero ringraziamenti; la spada di altri esitò e rimbalzò: furono scusati; altri ancora furono derisi e sostituiti. Io ero presente e osservavo il sultano che sorrideva al massacro, scorsi in lui l'uomo di parola e d'azione. Quante promesse non adempì! Quante lodi non si meritò! Quante ricompense durature a motivo del sangue da lui versato! ...".

Saladino disse:

"Intendo purificare la terra da questi due ordini mostruosi, dediti a pratiche insensate, i quali non rinunzieranno mai all'ostilità, non hanno alcun valore come schiavi e rappresentano quanto di peggio vi sia nella razza degli infedeli".

Questo l'epitaffio per i coraggiosi Cavalieri Templari che non chiedevano mai quanti fossero i nemici, ma dove fossero.