Pietro Abelardo (Le Pallet,
Nantes, Bretagna, 1079 - Saint-Marcel, Chalon-sur-Saone, Francia, 21 aprile
1142), filosofo francese.
Fu uno dei grandi maestri del pensiero europeo, considerato un precursore
della Scolastica. Nel corso della sua vita si mosse da una città all’altra
fondando scuole e dando così i primi impulsi alla diffusione del pensiero
filosofico e scientifico. Conquistò masse di allievi grazie all’eccezionale
abilità con cui padroneggiava la logica e all’acume critico con cui
analizzava la Bibbia e i Padri della Chiesa. Ebbe come temibile avversario
Bernardo da Chiaravalle, che
lanciò contro di lui accuse di eresia. Fu condannato dai concili di Soisson
(1121) e Sens (1140) per i suoi studi teologici sulla Trinità. Tra i suoi
principali allievi, Arnaldo da Brescia,
Giovanni di Salisbury, segretario del cardinale Thomas Becket, Ottone di
Frisinga, zio di Federico I
Barbarossa e grande letterato e Rolando Bandinelli, il futuro Papa
Alessandro III.
Pietro
Abelardo (Illustrazione di J. Bruneau)
Pietro
Abelardo (Illustrazione di Robert Lefevre)
Pietro
Abelardo (Statua)
Pietro
Abelardo (Statua)
Pietro
Abelardo (Statua - Museo Louvre - Parigi - Francia)
Pietro Abelardo fu noto anche col soprannome di Golia: durante il Medioevo
tale appellativo aveva la valenza di "demoniaco". Pare che Pietro
Abelardo fosse particolarmente fiero di codesto soprannome, guadagnato in
relazione ai numerosi scandali di cui fu protagonista, tanto da firmare con
esso alcune delle sue lettere.
Studiò a Loches avendo per maestro Roscellino e poi a Parigi, dove seguì le
lezioni di Guglielmo di Champeaux, del quale criticò la teoria degli
universali, suscitando accese polemiche che lo costrinsero a trasferirsi
prima a Melun e poi a Corbeil, dove insegnò con grande successo. Tornò a
Parigi seguendo ancora le lezioni di Guglielmo, suscitando nuove polemiche,
infine aprì una sua scuola nella collina parigina di Sainte Geneviève.
Pietro
Abelardo insegna sulla collina di Sainte Geneviève
Pietro
Abelardo insegna sulla collina di Sainte Geneviève (Illustrazione di
Francois Flameng - La Sorbonne - Parigi - Francia)
Nel 1113 è a Laon, dove studia teologia sotto Anselmo di Laon e nello stesso
anno torna a Parigi per insegnare dialettica e teologia nella scuola di
Notre Dame. Qui conosce la nipote di Fulberto, canonico di Notre Dame,
Eloisa, giovane – era nata nel 1099 – bella, colta, sensibile e
intelligente, "aveva tutto ciò che più seduce gli amanti", scrive
Pietro Abelardo.
Eloisa
Eloisa
Eloisa
Eloisa
(Illustrazione di Guilleminot)
Eloisa
(Illustrazione di Jeune Gigoux)
Eloisa
(Illustrazione di Robert Lefevre)
Pietro
Abelardo con Eloisa
Pietro
Abelardo e Eloisa
Pietro
Abelardo e Eloisa (Cartolina postale - Le Pallet - Francia)
Pietro
Abelardo e Eloisa (Casa)
Pietro
Abelardo e Eloisa (Francobollo)
Pietro
Abelardo e Eloisa (Palazzo Petit Cormon - Parigi - Francia)
Pietro
Abelardo e Eloisa (Scultura)
Pietro
Abelardo con Eloisa (Illustrazione di Angelika Kauffman - Museo Argenteuil -
Francia)
Pietro
Abelardo con Eloisa (Illustrazione di Daniel Vierge)
Pietro
Abelardo con Eloisa (Illustrazione di Edmund Blair Leighton)
Pietro
Abelardo con Eloisa - Particolare (Illustrazione di Edmund Blair Leighton)
Pietro
Abelardo con Eloisa (Illustrazione di Jean Vignaud)
Pietro
Abelardo con Eloisa - Particolare (Illustrazione di Jean Vignaud)
Pietro
Abelardo con Eloisa - Particolare (Illustrazione di Jean Vignaud)
Pietro
Abelardo con Eloisa (Illustrazione di Jeune Gigoux)
Pietro
Abelardo con Eloisa (Manoscritto XIV secolo)
Pietro
Abelardo e Eloisa si rincontrano nei Campi Elisi (Illustrazione di Gio
Cipriani - Museo Argenteuil - Francia)
Dalla loro storia d’amore nasce un figlio, Astrolabio, il che costringe
Pietro Abelardo a sposare Eloisa, ma in segreto, data la sua professione
(chi insegnava nelle scuole gestite dalla Chiesa doveva essere a sua volta
celibe).
Pietro
Abelardo con Eloisa e suo figlio Astrolabio
Eloisa
con suo figlio Astrolabio (Illustrazione di Jeune Gigoux)
Pietro
Abelardo sposa in segreto Eloisa
Nonostante tutte le precauzioni, la notizia
si diffonde. Pietro Abelardo, per non intaccare la sua reputazione di
docente e chierico, decide di separarsi da Eloisa e la nasconde nel convento
di Argenteuil.
Pietro
Abelardo lascia Eloisa al convento di Argenteuil
Pietro
Abelardo lascia Eloisa al convento di Argenteuil (Illustrazione di Angelika
Kauffman - Museo Argenteuil - Francia)
Pietro
Abelardo lascia Eloisa al convento di Argenteuil (Illustrazione di Angelika
Kauffman - Museo Hermitage - San Pietroburgo - Russia)
Eloisa
nel convento di Argenteuil (Illustrazione di Jean Antoine Laurent - Castello
De La Malmaison - Francia)
Ma la vendetta dei parenti della ragazza
giunge crudele: Pietro Abelardo viene evirato.
Si rifugia dunque nel monastero di Saint Denis, vi si fa monaco all'inizio
del 1118 e continua a insegnare logica e teologia in una scuola della
Champagne. Pubblica il "De unitate et trinitate divina" che viene
attaccato da Alberico e da Lotulfo, insegnanti della scuola di Reims.
Condannato nel 1121 al Concilio di Soissons, è costretto a bruciare il suo
libro e a chiudersi nel locale convento di San Medardo.
Autorizzato a rientrare nell'abbazia parigina di Saint Denis (San Dionigi),
entra però in contrasto con l'abate. L’oggetto del contendere è una
tradizione del convento, che considera il mitico Dionigi l'Areopagita
vescovo di Atene. Per evitare altre pericolose conseguenze Pietro Abelardo
abbandona il convento parigino e ripara prima nella sua scuola di Champagne
e poi a Provins, in un convento il cui priore era suo amico.
Successivamente, con un discepolo, fonda nell'Aube, a Quincey, un oratorio
che chiama Paràcleto - il consolatore o lo Spirito Santo - fatto solo di
canne e paglia, dove apre una scuola per gli studenti che lo avevano già
seguito nei suoi precedenti insegnamenti. I molti studenti che accorrono
alla nuova scuola ricostruiscono volontariamente l’edificio in pietra.
Paràcleto
(Nogent Sur Seine - Francia)
Verso il 1127 lascia anche il Paràcleto per diventare abate di Saint Gildas,
in Bretagna, in riva all’oceano, dove i monaci del convento sono ignoranti,
rozzi, hanno figli, mantengono amanti e rubano quanto possono. Non
accettando la disciplina che lui vuole imporre, cercano di ucciderlo, ma
ottengono solo di avvelenare un loro ignaro confratello.
Ripresi i contatti con Eloisa, ora priora del convento di Argenteuil, saputo
che lei e le sue monache sarebbero state mandate via per far posto ai
monaci, dona alle monache il Paràcleto, invitandole a stabilirvisi. Il
vescovo e il papa Innocenzo II danno il
loro assenso alla donazione. Eloisa viene eletta badessa.
Pietro
Abelardo con Eloisa al Paràcleto
Pietro
Abelardo con Eloisa al Paràcleto
Pietro
Abelardo con Eloisa al Paràcleto (Manoscritto XV secolo)
Nel 1136 ritorna ad insegnare con gran successo nella scuola di Sainte
Geneviève, dove annovera tra i suoi discepoli Arnaldo da Brescia e Giovanni
di Salisbury. Ma Guglielmo di Saint Thierry, Norberto di Magdeburgo e
Bernardo da Chiaravalle attaccano le sue dottrine. Pietro Abelardo viene
convocato da Bernardo da Chiaravalle perché esponga le sue ragioni. Il 3
giugno 1140, nella cattedrale di Sens, dinnanzi ad alti ecclesiastici e allo
stesso re di Francia, Bernardo da Chiaravalle legge la lista delle
proposizioni che, temendo un diretto confronto dialettico con Pietro
Abelardo, aveva fatto precedentemente condannare dai vescovi e gli chiede se
le ammette come proprie. Pietro Abelardo risponde solo di volersi appellare
al papa e abbandona il concilio. Bernardo da Chiaravalle sollecita la
ratifica papale della condanna di Pietro Abelardo, che viene emessa il 16
luglio 1140.
Pietro Abelardo, nel suo viaggio a Roma, sosta nel convento di Cluny ed è
convinto a rimanervi dall’abate Pietro di Montboiser, detto Pietro il
Venerabile, che ottiene poi l’annullamento della sua condanna. Qui passa i
suoi due ultimi anni di vita, studiando, insegnando e, secondo la
testimonianza di Pietro il Venerabile, vivendo in umiltà e povertà. La morte
lo coglie il 21 aprile 1142.
Dopo la sua morte, i suoi resti e poi quelli di Eloisa (morta nel 1164)
vennero traslati più volte, fino ad essere ricomposti uno vicino all’altra
in una cappella del cimitero del Père Lachaise a Parigi.
Pietro Abelardo e Eloisa (Cappella del
cimitero di Père Lachaise)


(Cartolina
Postale)
(Scultura)
(Sculture)
(Statue)
(Statue)
(Statue)
(Statue
- Interno)
Opere
Glosse su Porfirio, Logica per i principianti, Dialettica (1118 - 1137),
Sull’unità e la trinità divina (1118 - 1121), Teologia del Sommo Bene, Sic
et non (1121 - 1122), Teologia cristiana (1123 - 1124), Introduzione alla
Teologia (1125), Conosci te stesso (Scito te ipsum) o Etica (ca 1128),
Glosse alla Lettera ai Romani di san Paolo, sermoni, inni religiosi, poesie
e l’incompiuto Dialogo tra un filosofo, un giudeo e un cristiano (1142).
Sulla propria vicenda biografica, e sul modello delle Confessioni di
Agostino, Pietro Abelardo scrisse una "Historia calamitatum mearum"
(Storia delle mie sventure), che conteneva anche lettere scambiate tra lui
ed Eloisa, e la regola destinata al monastero di Paràcleto.
Pietro
Abelardo e Eloisa (Lettera)
Pietro
Abelardo e Eloisa (Lettera)
Pietro
Abelardo e Eloisa (Lettera)
Pietro
Abelardo e Eloisa (Lettera)
Gli universali
Per Roscellino, primo maestro di Pietro Abelardo, gli universali sono
soltanto emissioni di voce "flatus vocis" e dunque non hanno una
realtà indipendente dall’uomo: è la teoria del nominalismo.
Per Guglielmo di Champeaux, altro maestro di Pietro Abelardo, gli
universali, ossia i generi (minerali, vegetali e animali) e le specie (uomo,
cavallo, ferro) sono realtà esistenti fuori di noi. La specie è una sostanza
unica presente in tutti gli individui che differiscono tra loro soltanto per
accidenti (colore, peso, ecc): così la specie uomo é comune a tutti gli
uomini che poi si distinguono in Socrate, Platone, ecc...
Per Pietro Abelardo la concezione di Guglielmo comporta che “c’è una
stessa realtà nei singoli individui che si distinguerebbero fra loro solo
per la diversità degli accidenti… per cui, per esempio, nei diversi uomini
la sostanza è uguale e solo una diversità di forme fa sì che uno sia Socrate
e un altro Platone”, ma allora "... la stessa sostanza di animale si
troverà sia negli animali razionali che in quelli irrazionali e dunque nella
stessa sostanza sussisterebbero attributi contrari i quali, trovandosi nella
stessa identica realtà, non sarebbero più contrari". Pietro Abelardo,
per contestare Guglielmo, ha ripreso Aristotele, per il quale l’essenza di
un soggetto è indicata dalla specie (per esempio, animale), dal genere (per
esempio, uomo) e dalla differenza (razionale).
Guglielmo corregge la sua teoria sostenendo che gli universali sono presenti
negli individui in modo indifferenziato: "ciò che è in una realtà non può
essere in un’altra... ma la realtà dell’universale resta la stessa nel senso
della non differenza" nel senso che, per esempio, gli esseri umani
"... distinti in sé fra loro, sono la stessa realtà nell’uomo, non
differiscono nella loro natura umana" e così per ogni essere. Risponde
Pietro Abelardo che ciò che conta è la non differenza fra due esseri in
senso positivo: se due uomini non differiscono fra loro perché entrambi non
sono una pietra, in che cosa non differiscono se hanno la stessa natura?
Per Pietro Abelardo, come per Aristotele, la sostanza "ousia" è
l’esistenza nella forma di cosa, di animale o di persona, dunque è un
soggetto: "Come certi nomi sono dai grammatici detti comuni e altri
propri, così dai dialettici certi termini sono detti universali e altri
singolari; l’universale è un vocabolo capace di essere predicato
singolarmente di molti, come per esempio, il termine uomo si può unire a
tutti gli uomini mentre singolare è il nome predicato di uno solo, per
esempio Socrate". Dicendo che Socrate è uomo, Platone è uomo, Aristotele
è uomo, uso una parola, uomo, predicato di molti individui: uomo è dunque
una parola universale. "Quando diciamo che questo o quell’individuo
conviene nello stato di uomo... diciamo che è un uomo sebbene lo stato di
uomo non sia una cosa, una realtà, ma è la causa comune per cui ai singoli
viene dato il nome uomo".
In questo modo l'universale non é né una realtà, come voleva Guglielmo di
Champeaux né un puro suono, come sosteneva Roscellino. L'universale non può
essere una cosa, poiché una cosa é un'entità individuale e in quanto tale
non può essere predicata di un'altra cosa: e allora l’universale non è
realtà. Ma non è neanche un puro suono, perché anche un suono é un'entità
individuale e perciò non può essere predicato di altro suono.
"Quando ascolto la parola uomo mi sorge nell’animo un modello comune a
tutti gli uomini ma proprio di nessuno; quando ascolto la parola Socrate mi
sorge un’immagine che esprime una particolare persona… come si può dipingere
una figura comune, si può concepire una figura comune: l’universale è questa
immagine comune, l’immagine di una cosa concepita come comune".
Compito della logica è stabilire la verità o falsità di un discorso e solo
la libera ricerca razionale può condurre alla verità. Nell’opera "Sic et
non", (Sì e no), raccoglie un centinaio di proposizioni – che egli trae
in realtà dai diciassette libri del "Decretum" di Yves di Chartres -
indicando il corretto metodo di affrontare le controversie teologiche:
distingue i testi della Bibbia, ai quali bisogna credere necessariamente,
dai testi patristici, che possono essere analizzati liberamente. Occorre
accertare se le espressioni usate dagli autori non siano state da loro
successivamente corrette, se non siano state riprese da altri, occorre
accertare il reale significato dei singoli termini dati dai diversi autori:
in caso di contrasto sarà preferita la tesi più e meglio argomentata.
Pietro Abelardo discute anche il problema dei futuri contingenti. Dio,
prevedendo gli eventi futuri, determina il loro necessario verificarsi o gli
eventi futuri restano contingenti, cioè non necessari? L'uomo non sa se le
proprie previsioni del futuro siano vere o false e dunque per lui gli eventi
futuri sono contingenti, mentre per Dio, che li conosce in anticipo, è
necessario che essi si verifichino.
Dio è libero ma vuole solo il bene e dunque deve fare il bene; allora,
creando il mondo, ha creato una cosa necessariamente buona: la necessità del
mondo non significa, secondo Pietro Abelardo, mancanza di libertà in Dio
perché egli fa tutto di sua volontà e senza costrizione.
"Composi il trattato De unitate et trinitate divina per i miei studenti
che… chiedevano ragioni adatte a soddisfare l’intelligenza... non si può
credere a una affermazione senza averla capita ed è ridicolo predicare agli
altri quel che né noi né gli altri comprendono".
Pietro Abelardo pone comunque la fede a base di ogni ricerca teologica,
cercando di giustificala attraverso analogie razionali: in questo modo cerca
di spiegare la Trinità utilizzando argomentazioni tratte dal Timeo
platonico: lo Spirito Santo procederebbe dal Padre e dal Figlio perché in
Platone l’Anima del mondo, assimilata da Pietro Abelardo allo Spirito Santo,
contempla nell’Intelletto divino (il Figlio) le Idee del Padre e in questo
modo "per mezzo della ragione universale governa le opere di Dio
traducendo nella realtà le concezioni del suo Intelletto".
Nel cristianesimo, secondo Pietro Abelardo, sostanza del Padre è la potenza,
del Figlio è la sapienza e dello Spirito Santo è la carità. Dovendo
costituire un’unità, le persone divine devono derivare l’una dall'altra: il
Padre genera il Figlio che è della stessa sostanza del Padre, perché la
sapienza è una forma di potenza divina, mentre lo Spirito Santo procede dal
Padre e dal Figlio, altrimenti la carità senza potenza sarebbe inefficace e
senza la sapienza non avrebbe razionalità.
Questa concezione trinitaria fu attaccata da Norberto di Magdeburgo,
fondatore dell’ordine dei Canonici Regolari di Prémontré, da Bernardo da
Chiaravalle e da Guglielmo di Saint Thierry, perché considerata affetta da
eresia modalista – il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, anziché tre
persone, non sarebbero altro che tre manifestazioni o modi attraverso i
quali si manifesta l'unico Dio.
Nel Dialogo tra un filosofo, un giudeo e un cristiano, l’ultimo scritto
rimasto incompiuto di Pietro Abelardo, i tre personaggi dell'opera credono
in Dio, ma due seguono le Sacre Scritture, mentre il filosofo segue la
ragione. Il filosofo, nel dialogo col giudeo, conclude di non poter
accettare una religione fondata esclusivamente sul Vecchio Testamento,
mentre non condivide le prove della razionalità della fede cristiana. Egli
sostiene la necessità di valutare criticamente le scelte religiose in quanto
ritiene che si aderisca alla fede di una religione positiva solo seguendo le
proprie tradizioni familiari, tanto che, quando due persone di fede diversa
si sposano, uno di essi si converte abitualmente alla fede dell’altro.
"Il vizio dell’anima non si identifica col peccato; per esempio,
l’iracondia è un vizio che spinge la mente a compiere cose che non si devono
fare, alla lussuria sono inclini per complessione fisica molte persone che
però non per questo peccano: il vizio dell’animo ci inclina ad acconsentire
a cose illecite e peccato deve intendersi solo il fatto dell’acconsentire.
Come non si possono eliminare le inclinazioni, perché fanno parte della
natura umana, così non si può chiamare peccato la volontà o il desiderio di
fare quel che è illecito, ma il peccato è il consenso dato alla volontà e al
desiderio". E’ dunque nel consenso, anche solo interiore, la radice del
bene o del male che commettiamo: possiamo fare del bene senza rendercene
conto, senza intenzione buona: non per questo possiamo essere considerati
buoni e virtuosi; allo stesso modo, possiamo fare del male senza intenzione:
non per questo dobbiamo essere considerati malvagi e peccatori.
Su questa base, Pietro Abelardo ritiene che gli stessi persecutori di Cristo
e dei martiri potrebbero non aver peccato, se consideravano in coscienza
giustamente punibili Cristo e i cristiani, perché l'ignoranza non è in sé
peccato e anche il peccato originale, che colpisce i successori di Adamo,
non può essere considerato peccato.
Anche se Pietro Abelardo si sforza di mantenersi nell’ambito
dell’ortodossia, questa dottrina sembra negare valore alle opere: la grazia
non è più il dono divino della permanenza dell’uomo nel bene ma è solo la
conoscenza del regno dei cieli e Cristo è un maestro non mediatore di
salvezza; poiché mostrano un ritorno al "pelagianesimo", queste
proposizioni saranno condannate nel concilio di Sens.
Ma la sua morale è soprattutto una critica sia al rigorismo ascetico, che
combatte le inclinazioni della natura umana, che al legalismo etico, che si
conforma a schemi esteriori di comportamento, e il rifiuto del conformismo
si estende alla valutazione del ruolo delle gerarchie ecclesiastiche il
cui prestigio dovrebbe essere conforme alla dignità morale dei singoli e non
al carisma del potere di cui sono investiti. Non è un caso che Arnaldo
da Brescia, prossimo e provvisorio sovvertitore del potere temporale, sia
stato suo allievo.
Pietro
Abelardo - Targa commemorativa nascita (Illustrazione di Paul Dauce) |